Eccessivo sforzo di pesca, inquinamento nelle sue varie forme e cambiamento climatico. Sono le principali cause del degrado che connota in modo sempre più impattante gli oceani non meno di quanto non si verifichi anche a terra.
Ma la crisi degli habitat marini rappresenta la più grossa ipoteca sul futuro del pianeta, che rischia di esserne irrimediabilmente compromesso. Perciò si è già nella fase in cui gli sforzi vanno concentrati per salvare il salvabile, a cominciare dalle aree ancora quasi incontaminate, che anche nella vastità degli oceani sono sempre di meno e sempre più circoscritte. Ed è proprio da lì che la comunità scientifica e le organizzazioni internazionali impegnate nella salvaguardia ambientale hanno deciso di ripartire. per invertire una rotta che porta al disastro. Obiettivo condiviso anche dal progetto “Pristine Seas”, “Mari pristini”, lanciato nel 2008 dal National Geographic, per la tutela degli ultimi paradisi del sesto continente. Con il contributo di un team di altissimo valore, formato da biologi marini insieme a fotografi, documentaristi ed esperti di comunicazione, a cui ha dato il suo contributo anche il professor Enric Ballesteros, biologo marino di chiara fama, che ha assistito ai veloci cambiamenti del mare degli ultimi decenni, dedicandovi approfondimenti e studi.
Da questo patrimonio di conoscenze e di esperienze è nata l’idea di bloccare il processo involutivo in corso, identificando le zone oceaniche ancora non compromesse e tutelandole, perchè diventino delle oasi di ripopolamento e di salvaguardia delle specie e degli equilibri a rischio. Obiettivo ambizioso e progetto impegnativo, su cui il National Geographic ha investito ingenti risorse. Una volta individuate le aree da tutelare, infatti, inizia un rigoroso studio delle loro caratteristiche e particolarità ambientali che sfocia nella produzione di relazioni, pubblicazioni e atti scientifici, insieme a documentari e foto divulgati attraverso l’ampia rete mediatica del National Geographic, per comunicare all’opinione pubblica locale e internazionale la conoscenza dei siti da salvare, primo passo per conquistare l’attenzione del pubblico e ottenerne il sostegno, oltre che il contributo economico, affinché vengano adottati i necessari provvedimenti di tutela. A seguire, la fase del confronto per realizzare concretamente le aree protette con il coinvolgimento attivo e consapevole delle comunità, a cominciare dai popoli indigeni, e delle istituzioni locali. Man mano le esperienze già maturate sono servite come riferimento e modello d’intervento per portare a buon fine nuovi interventi.
Lo schema ha funzionato in gran parte dei luoghi in cui è stato applicato. Si è partiti dal Pacifico, in una vasta area non continua (Hawaii, Fiji, Isole Marshall e via elencando) sotto la sovranità Usa, dichiarata da Bush Monumento nazionale Atolli Remoti, che Obama ha poi ulteriormente incrementato. Sempre nel Pacifico le Isole Pitcairn (ricordate l’ammutinamento del Bounty?), che il Regno Unito ha trasformato nel 2012 nella più grande Area Marina continua del mondo. La Repubblica di Palau (vicino alle Filippine) ha chiesto il supporto del gruppo National Geographic per creare il Palau National Marine Sanctuary. In Cile è nato con questo meccanismo il Nasca Desventuradas Marine Park ed è stato tutelato l’arcipelago di Juan Fernandez, mentre in Ecuador si è riusciti a salvaguardare una parte significativa del mare delle Galàpagos, le isole di Darwin. La protezione è stata attivata anche per il mare delle isole Cocos in Costa Rica e per le isole vulcaniche Revillagigedo in Messico ed in Africa è nata la Gabon Marine Protected Area Network. Dai mari caldi all’Area protetta Franz Josef nell’Artico russo, all’Isola di Baffin e Nord Groenlandia per salvare l’ultimo sito artico di ghiaccio perenne e poi, in Antartide, la vasta area del Mare di Ross. E ancora, dalle Isole Selvagge tra Madeira e le Canarie, dove il Portogallo è interessato ad un’azione di tutela, a Tristan da Cunha in mezzo all’Atlantico e all’Area Marina di Malpelo, l’isola degli squali in Colombia. Non a caso, poichè la drastica riduzione della presenza di squali, che si registra ovunque nei mari del pianeta, è l’indicatore preoccupante di una perdita netta di biomassa, che comprende tutte le altre specie di pesci e di altri animali marini.
Alla fine, dal 2008 a oggi, il progetto “Pristine Seas” ha generato 29 nuove aree marine protette, tra le più grandi mai istituite, pari a una superficie di 6.8 milioni di chilometri quadrati ovvero due volte l’estensione del sub continente indiano. E, aspetto tutt’altro che secondario, il lavoro preparatorio ha prodotto oltre trecento pubblicazioni scientifiche, che contribuiscono in modo significativo alla conoscenza degli ecosistemi oggetto di protezione e, quindi, a una tutela ancora più efficace senza penalizzare le popolazioni interessate, ma anzi rappresentando per loro una opportunità di miglioramento delle condizioni di vita nel segno della sostenibilità.