Se non fosse considerata una leccornia dalla maggior parte delle popolazioni del pianeta, molti esemplari avrebbero la possibilità di raggiungere i cento anni di vita. Ė quello, infatti, il limite vitale naturale del Palinurus elephas, nome scientifico che identifica l’Aragosta mediterranea
o Aragosta spinosa europea o anche Aragosta spinosa comune. Si tratta della specie di aragosta più diffusa nel Mediterraneo, ma presente anche nell’Atlantico occidentale, dalle Isole Britanniche al Senegal. Ė un animale costiero, che vive in gruppi più o meno numerosi fino a cento metri di profondità, negli ambienti rocciosi dove trova aperture e anfratti per rintanarsi di giorno e sfuggire ai numerosi predatori. Primo fra tutti il polpo, che è molto ghiotto di aragoste, oltre ai pesci bentonici e ai grandi carnivori marini come gli squali e le cernie.

Colore rosso violaceo, con striature marroncine e giallastre, l’Aragosta è un Crostaceo dell’ordine dei Decapodi. Infatti, è dotato di cinque paia di zampe attaccate alla parte anteriore del suo corpo, il cefalotorace, che comprende sia la testa sia il torace. Vi sono racchiusi tutti gli organi, escluso l’intestino. Sulla testa sono collocati anche gli occhi, mobili, due lunghe antenne e due antennule più corte. Oltre a un paio di mandibole e due paia di mascelle con cui frantuma e mastica il cibo che preleva con le zampe anteriori. L’Aragosta non dispone di chele, al contrario dell’Astice, suo parente prossimo. Il resto del corpo, corrispondente all’addome, è formato da sei segmenti mobili e da una coda a ventaglio che permette all’animale di nuotare velocemente all’indietro in caso di pericolo. Può, inoltre, ricorrere all’autotomia, ovvero sacrificare un arto, che si rigenererà con la muta seguente.
Il corpo dell’Aragosta è ricoperto da un duro carapace che, in corrispondenza del cefalotorace, presenta numerosi spunzoni e spine a scopo protettivo. Questo guscio si adatta progressivamente alla crescita dell’animale attraverso la muta annuale, che si verifica durante il periodo estivo. Ogni estate, appunto, l’Aragosta esce dal vecchio carapace e affronta una fase delicatissima di qualche settimana, durante la quale si sviluppa e consolida il nuovo carapace, adeguato alle sue accresciute dimensioni. In quella fase, l’animale è privo di protezione e perciò si rifugia nelle tane fin quando non sarà di nuovo “blindato”. La crescita del carapace comporta un notevole dispendio di energie e una dieta specifica, per assumere più minerali, per cui l’Aragosta si nutre innanzitutto del suo vecchio carapace e poi di conchiglie di molluschi e perfino di coralli. Di solito, invece, mangia ricci, lamellibranchi, piccoli pesci, invertebrati, spugne, anellidi, ma anche alghe e plancton.
Un’aragosta può raggiungere il mezzo metro di lunghezza e gli otto chili di peso. E continua a crescere e a riprodursi regolarmente nel tempo. Si tratta di una particolarità dell’Aragosta, le cui cellule sono in grado di produrre l’enzima telomerasi a prescindere dall’età. Dunque, la fine dell’animale non è causata dall’invecchiamento, ma dall’impossibilità di effettuare la muta annuale, che si manifesta quando non ha più sufficiente energia per sostituire il carapace. Con un corpo che continua a crescere, resta imprigionato nel vecchio guscio, perde progressivamente le forze e finisce per essere attaccato da malattie che ne provocano la morte.
La muta estiva coincide con il periodo della riproduzione. Per alcune settimane, le aragoste maschio condividono le tane delle femmine e, approfittando che i loro gusci sono ancora molli, sono in grado di deporre lo sperma in particolari tasche tra le zampe delle femmine, che possono così conservarlo fino a 24 mesi, per fecondare nel momento più favorevole decine di migliaia di uova. Queste restano attaccate sotto l’addome della femmina, che provvede a ossigenarle con il movimento delle zampe fino alla schiusa. Le larve iniziano a quel punto una lunga serie di trasformazioni, che può essere interrotta in qualunque momento dai predatori. Si è calcolato che ogni 50mila uova raggiungono lo stadio adulto solo 2 aragoste.
Nel primo stadio, le larve minuscole e trasparenti dette fillosomi, vivono come plancton nella colonna d’acqua, trasportate dalle correnti, nutrendosi di plancton più piccolo e di minuscole meduse. Dopo diverse metamorfosi, sempre piccola e trasparente, ma già con la forma che ricorda l’adulto, la larva entra nello stadio del puerulus e nuota verso le aree costiere, dove si insedia tra le praterie di Posidonia che offrono protezione sul fondale, diventando un animale bentonico. Da allora comincia a muoversi con le zampe e inizia a nutrirsi sia di organismi animali che di alghe.
Durante le fasi larvali, le aragoste sono decimate dai pesci e anche dagli uccelli marini. Da adulte, il loro principale predatore diventa l’uomo. L’Aragosta, soggetta a un notevole overfishing, è stata dichiarata specie vulnerabile e posta sotto tutela dalla Convenzione di Berna. Perciò, dal 1° gennaio al 30 aprile di ogni anno, è stabilito il fermo biologico per non disturbare la riproduzione.

