Cammino sulla Terra come una figlia smemorata, dimentica del grembo da cui provengo.
Ogni passo lascia una ferita, ogni conquista un graffio profondo sulla pelle viva del mondo.
Ho scambiato il dominio per la libertà e, nell’illusione di crescere, sto corrodendo il corpo che mi sostiene, come un male silenzioso che divora se stesso senza sapere perché.

L’uomo, le sue città di cemento e vetro e la moltiplicazione incessante di bisogni, di rumori e di fumi. Cellule impazzite, costruiamo e distruggiamo sempre di più, sempre più in fretta, senza chiederci dove conduca questa corsa. Svuotiamo gli oceani, incendiamo le foreste, succhiamo l’ultima goccia di una linfa che non sappiamo più riconoscere come nostra.

E la Terra, stanca e febbricitante, ci osserva: un organismo ferito che tenta ancora di curarsi, mentre il suo male si diffonde con un volto umano.

Ogni respiro che tolgo alla natura è un respiro che tolgo anche a me. L’aria che avveleno torna nei miei polmoni.

I mari che inquino si trasformano in carestia e sete.

La terra che uccido diventa sterile per mano mia.

Legati da un destino circolare, nel cerchio della vita, di cui mi sono illusa essere il centro, dimenticando di rappresentarne solo una minuscola parte.

Non è tardi.

In un lampo di consapevolezza, mi vedo cellula di un unico corpo, che pulsa di una medesima Forza.

Posso guarire e ricucire le ferite aperte.

Torno ad ascoltare il respiro lento e sacro del mondo. 

Smetto di essere il cancro di questa Terra.

Mi riallineo al suo cuore che batte.