Osservo il mare con le sue onde, alcune immense, gigantesche e spumeggianti. Quanto rumore fanno quando si arrotolano su se stesse e vanno ad infrangersi, sugli scogli o sulla battigia, bagnando tutto. Travolgono, impattando violentemente, ruggendo con potenza e quasi con rabbia.

Distrutte, si ritirano e trascinano con sé ogni cosa, cambiando aspetto ai litorali e al paesaggio. E’ in quel loro tormentato dietrofront che si confondono di nuovo con Madre Mare.

Quelle piccole, piccolissime, sono talvolta solo impercettibili movimenti di andirivieni: attraenti lenti di ingrandimento attraverso cui si può ammirare la bellezza del fondo. Silenziose, quasi immobili, non si fanno notare, eppure magnetiche, attirano lo sguardo, aprono il cuore e ispirano un sorriso.

Un io gigantesco e roboante vuole a tutti i costi distinguersi. Rumoreggia e si agita e cresce, si eleva, sovrasta, ma per quanto in alto possa andare, tanto più ampia, violenta, travolgente e distruttrice sarà la sua caduta.

Nella tranquillità e nel silenzio, un moto immobile giace luminoso e trasparente, consapevole della sua unione con l’immenso oceano dal quale non ha più bisogno di staccarsi, per poi ad esso comunque ritornare.