“Fondato sull’amore” è un po’ banale.

Uno schema in cui ciascun individuo cerca conferma, stabilità e riconoscimento. Nel legame matrimoniale l’altro non è solo amato: è anche usato, spesso in modo inconsapevole, come garanzia contro la solitudine, il caos e l’insicurezza dell’esistenza.

Ci si manipola a vicenda, non necessariamente con malizia, ma attraverso aspettative silenziose, ruoli assegnati, promesse non dette. L’amore diventa un sistema di scambi: io ti offro presenza, fedeltà, cura, a patto che tu confermi la mia identità, che tu resti, che tu non cambi troppo. In questo senso la mistificazione non è un atto esplicito, ma una trama sottile di condizionamenti reciproci, in cui ognuno modella l’altro affinché resti compatibile con la propria idea di certezza.

Tenersi stretti significa allora difendersi: il matrimonio promette il recinto dell’“insieme saremo al sicuro”. Sicuri dall’abbandono, dal fallimento, dal tempo che passa. La coppia diventa una zona protetta, ma anche un luogo di controllo. Ci si stringe non solo per amore, ma per paura: paura che l’altro se ne vada, che smetta di amarci, che riveli la nostra fragilità. La stabilità offerta dal vincolo è rassicurante, ma può trasformarsi in immobilità, in resistenza al cambiamento, in un patto di mutua conservazione.

La promessa di amore eterno è narcisista non perché sia falsa in sé, ma perché ignora deliberatamente la natura mutevole dell’essere umano. Promettere eternità significa promettere di restare uguali, di amare la stessa persona per sempre, come se il tempo non trasformasse desideri, bisogni e ferite. È un giuramento che consola l’ego: l’idea di essere “scelti per sempre” dà valore, solidità, importanza. Ma è un impegno che diventa una trappola, quando vincola l’amore a una durata anziché alla verità del presente.

In questo narcisismo strutturale, il matrimonio rivela la sua ambiguità più profonda: può essere una prigione di specchi, dove ciascuno vede solo il riflesso di ciò che vuole essere oppure può diventare un luogo di consapevolezza, in cui riconoscere la manipolazione, la paura, il bisogno di sicurezza e scegliere comunque di restare, non per possesso, ma per responsabilità.

Quando il narcisismo viene visto e non negato, l’unione smette di essere una promessa di eternità e diventa un esercizio quotidiano di verità.