Se mi tengo stretta tutta la ricchezza che ricevo, senza donare a mia volta, divento una rivoltante e malata cicciona e tale ricchezza finirà per uccidermi.
La ricchezza, materiale, emotiva, spirituale, non è mai qualcosa che posso trattenere senza conseguenze: qualunque forma assuma, è una forza in movimento che nasce da un flusso, da un reciproco scambio e smette di essere tale nel momento in cui diventa stagnazione. Se io decidessi di trattenerla tutta, di chiuderla in me come un tesoro custodito con le unghie, finirei per caricarmi di un peso che mi deforma.
La metafora del “diventare un enorme, malsano accumulo” non parla in realtà del corpo, ma dell’anima. Un’anima che trattiene tutto ciò che riceve senza ridare, senza condividere, senza rimettere in circolo, si appesantisce. Si ingrossa di egoismo, di paura, di bisogno compulsivo di controllo. Diventa sorda e cieca agli altri. E la ricchezza che dovrebbe nutrire e far crescere, invece soffoca.
C’è qualcosa di profondamente corrosivo nell’avidità: più trattengo, più temo di perdere; più temo di perdere, più stringo; e più stringo, più mi allontano dal flusso originario da cui quella ricchezza proveniva. Alla fine, la ricchezza non è più vita, ma veleno. Un veleno lento, sottile, che consuma dall’interno perché trasforma ciò che ho in qualcosa che non può più respirare.
Donare non è solo un atto di altruismo: è un atto di igiene interiore. Significa permettere al bene ricevuto di continuare il suo viaggio, di non morire dentro di me per eccesso di possesso. Significa evitare di diventare uno sgraziato accumulo di ciò che trattengo senza scopo, un contenitore troppo pieno per accogliere qualcosa di nuovo.
La vera ricchezza non è ciò che possiedo, ma ciò che attraverso me si muove, cambia, si trasforma. Nel dare, creo spazio; nello spazio, ricevo ancora; nel ricevere, ho di nuovo la possibilità di donare.
E così il ciclo continua, armonioso, vitale: se lo interrompo, mi ammalo, se lo alimento resto viva.

