Nel Mediterraneo è considerata ancora un “alieno”, la caravella portoghese (Physalia physalis).
E in effetti appartiene alle specie arrivate dall’Atlantico attraverso lo Stretto di Gibilterra. Tuttavia, non è una presenza recente, come la sua ancora parziale diffusione potrebbe suggerire, ma risalente ormai a oltre un secolo. E non si tratta neppure di una medusa, come empiricamente viene catalogata, ma di un sifonoforo, ovvero di una colonia di migliaia di idrozoi, detti zoidi, dai ruoli ben definiti e interconnessi.
Caratteristica comune dei siconofori è, appunto, di essere degli organismi coloniali formati da tanti individui invertebrati che contribuiscono tutti, con le loro specializzazioni, alla vita della colonia e che non potrebbero sopravvivere disgiunti da essa. Le aggregazioni danno vita a organismi di dimensioni straordinarie, tra i più lunghi tra gli abitanti del mare.
C’è una parte della colonia che ne giustifica il nome in italiano e in diverse altre lingue: quella che emerge dalla superficie del mare e ricorda, nella forma, proprio un antico veliero, la caravella, che naviga a vele spiegate. La sua denominazione scientifica è pneumatoforo e consiste in una sacca trasparente, con riflessi colorati dal blu al malva, grande tra i 15 e i 30 centimetri, che galleggia grazie ai gas che contiene. Una miscela formata da monossido di carbonio, azoto, ossigeno, argon e, in quantità minima, anche biossido di carbonio. Lo pneumatoforo è dotato di un orifizio che consente di espellere il gas, quando la caravella ha l’esigenza di immergersi per breve tempo per difendersi da aggressioni.
Gli zoidi che formano lo pneumatoforo hanno un ruolo diverso dai dattilozoidi che, al di sotto della “vela” emergente, compongono i tentacoli blu, di notevole lunghezza, tanto che raggiungono i cinquanta metri. I tentacoli sono solitamente dieci e sono le armi, potentissime, di cui la caravella, che è carnivora, si serve per catturare i piccoli pesci, crostacei, larve di pesci e plancton di cui si nutre. I tentacoli sono coperti di nematocisti, le cellule urticanti piene di veleno con cui la caravella paralizza le prede. E si tratta di dieci diversi tipi di veleno, identificati anche da differenti colori.
L’incontro con i tentacoli della Physalia è pericolosissimo anche per l’uomo. Basta un minimo contatto per provocare delle lesioni estremamente dolorose e serie, che in qualche caso possono provocare anche shock anafilattico, complicanze cardiache e polmonari e finanche la morte. Un animale marino da evitare assolutamente, quando ci si accorga della sua presenza. E anche quando ci si imbatte nei suoi tentacoli o in altre sue parti spiaggiate, giacchè la caravella resta velenosa anche per un certo periodo dopo la morte.
Una volta paralizzata la preda, entrano in campo i polipi specializzati nella digestione, i gastrozoidi. Spetta a loro, in grado di produrre gli enzimi necessari, trasformare la preda in sostanze nutrienti di cui si nutriranno tutti gli zoidi.
Altri polipi specializzati, i gonozoidi, si occupano della riproduzione. La Physalia è un organismo unisessuale, giacchè tutti gli zoidi sono dello stesso sesso. Quando è il momento della riproduzione, i gonozoidi si staccano dall’aggregato per rilasciare nel mare ovuli o spermatozoi, a seconda del sesso della colonia di appartenenza. Dall’incontro in mare tra gameti maschili e femminili avviene la fecondazione che dà vita a nuove caravelle. Ma le colonie già esistenti continuano a ingrandirsi per gemmazione, moltiplicando gli zoidi, che si specializzeranno nei diversi ruoli utili vita coloniale.
Temibili con il loro veleno perfino per l’uomo, le caravelle sono predate da diversi animali marini, a cominciare da quelli che si nutrono normalmente di meduse. In particolare, la Physalia rientra nella dieta delle tartarughe Caretta caretta e delle tartarughe liuto (Dermochelys coriacea), ma anche di cetacei, pesci luna (Mola mola) e di alcune specie di nudibranchi e molluschi.
Le caravelle portoghesi vivono nelle acque calde degli oceani. Tuttavia, un recente studio delle Università di Catania e Palermo e dell’Instituto de Ciencias Marinas de Andalucìa, pubblicato sulla rivista scientifica “Frontiers in Marine Science”, ha dimostrato, grazie ai reperti custoditi dal Museo di Storia Naturale di Firenze e dal Museo Darwin-Dohrn della Stazione Zoologica “Anton Dohrn” di Napoli, che la caravella è presente nel Mediterraneo, a seconda delle aree, dalla seconda metà dell’Ottocento o dai primi decenni del Novecento. E il progressivo aumento delle temperature degli ultimi decenni ne ha reso più frequenti rinvenimenti e segnalazioni. A questo proposito, considerata anche la tossicità dell’animale, chiunque avvisti la Physalia è invitato a segnalarla tempestivamente alla Capitaneria di Porto competente o alle autorità marittime locali e a comunicarlo, magari con testimonianze fotografiche, a

